Ariel SouléLa Visita
     
 

La Visita - 4
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La Visita.

“Incontri con l’invisibile”

di Giovanni Leghissa

Gli umani si incontrano. L’incontro ha, potenzialmente, innumerevoli esiti ? non infiniti, ma in numero sufficiente da provocare, di volta in volta, sorprese, scoperte, delusioni, cambiamenti, cadute. Oppure significative deviazioni dal cammino intrapreso ? e in questo caso a entrare in gioco è ciò che si chiama propriamente seduzione. Certo, può anche darsi che da un incrocio di sguardi non scaturisca alcunché. A volte all’incontro si frappongono resistenze, ostacoli, vincoli ? i quali, a monte, rimandano a una ritrosia di fondo, a una paura che non si riesce a dominare, sedimentata nel profondo dell’anima. Se però la curiosità, matrice dell’intelligenza, anche emotiva, riesce a prevalere, chi incrocia il nostro cammino può divenire la superficie su cui si proietta il fantasma, ovvero l’immagine dell’altro che opera in noi e, guidandoci a volte nostro malgrado, delinea le forme e i contorni di un corpo a cui presteremo ascolto e attenzione, e che forse lasceremo entrare nel nostro spazio vitale. Gli umani non vedono quel che sta alle loro spalle, costretti a ciò dalla postura eretta e dalla visione binoculare; da qui la necessità di essere selettivi, l’impulso ad avanzare con circospezione. È facile, in questo contesto, riconoscere come le opere della ragione si siano sviluppate, nel corso del cammino evolutivo, in direzione della costruzione di spazi di socialità ordinati e normati, atti a prevenire le spiacevoli conseguenze di incontri inattesi e pericolosi. Convenzioni sociali e buone maniere portano impresse le tracce di una storia antica, segnata dalla necessità di rendere abituali quegli atteggiamenti basati sulla prevenzione senza i quali i rappresentanti della nostra specie se la sarebbero cavata assai male negli spazi aperti di savane e steppe. Queste hanno lasciato il posto alla selva metropolitana, ma è rimasta immutata la razionalità che governa i meccanismi della prevenzione. Se gli incontri inattesi e casuali hanno il potere di stupirci, se a volte, ansiosi di farci appunto stupire, siamo i primi a favorirne l’occorrenza, si potrebbe pensare che operi negli umani anche una sorta di resistenza verso le maglie strette che ingabbiano l’esercizio di una socialità troppo ordinata. Ma non va dimenticato che l’impulso verso la socialità spontanea, mossa dal desiderio di uscire dall’ordinario, non contraddice la necessità di istituire i canali entro i quali avviene l’incontro. Codici ben precisi, che ormai fanno parte del nostro habitus, e che non percepiamo quasi mai come tali, sono infatti lì a dimostrare che la logica della prevenzione governa la sfera in cui avviene ogni incontro. Va perciò ribadito che se c’è la sorpresa, l’inattesa evenienza di ciò che mina sicurezze, percorsi prestabiliti, sequenze scontate, allora a interrogare o a mettere in crisi l’abitualità non è tanto l’incontro in sé, quanto il fantasma che in esso si manifesta.

Signore dell’inconscio, il fantasma elicita la forza del desiderio, ne è anzi la concrezione. Sembiante potente, fa accedere ciò che non si poteva prevedere.

Ma se da questo discorso, che enuncia come la sola realizzazione possibile del desiderio sia di natura fantasmatica, si volesse trarre la conclusione che gli incontri non sono altro che pura illusione, bisognerebbe ricordare come la logica del fantasma governi non solo la vertigine dell’assenza, ovvero della mancanza a essere che spinge all’incontro, ma anche la ricerca e la creazione di ogni possibile scenario in cui il soggetto esplora mondi altri, abitati da ciò che non conosciamo e non abbiamo mai immaginato come reale.

Nella sequenza di immagini pittoriche e di piccole fotografie che Ariel Soulé presenta in questa mostra è narrata una storia che esemplifica la dinamica di un incontro possibile, con le sue esitazioni iniziali e con le mosse che i soggetti compiono per superare la distanza. Ma se interroghiamo il rapporto tra le immagini fotografiche e quelle pittoriche, viene da chiedersi perché la storia narrata dalle immagini fotografiche sia ? apparentemente ? relegata sullo sfondo. Si intende ridurre la storia a evento di second’ordine, come se l’opera dell’artista volesse sottrarsi alle costrizioni sintattiche imposte da un narrare immediatamente riconoscibile, dominato dalla figura? Tutt’altro.

Chi conosce l’opera di Soulè, del resto, sa apprezzare la sua capacità, ripetutamente dimostrata, di cimentarsi non solo con la dimensione narrativa, ma anche con l’epos, con i grandi eventi che hanno segnato il cammino degli umani. Il punto è un altro. Alle fotografie qui è demandato il compito di esibire la metafora dell’incontro con l’opera dell’artista, ovvero con ciò che non si vede nelle figure che, in sequenza, fanno cenno a una narrazione possibile.

Che l’opera sia rimando verso il non visibile, pur essendo, innanzi tutto e costitutivamente, ciò che (si) mostra, ciò che è lì davanti a noi per incontrare il nostro sguardo, per catturarlo, è un fatto su cui si è riflettuto in modo non occasionale nel corso del secolo precedente. Basti qui ricordare i lavori dedicati da Merleau-Ponty a questo tema. Non tutte le opere, però, sanno auscultare allo stesso modo la potenza dell’invisibile. Il gioco di rimandi istituito da Ariel Soulé tra la sequenza di piccole fotografie e le immagini pittoriche ha la precisa funzione di rendere possibile l’ostensione di ciò che non si vede. Non tramite l’allusione, che spesso funge da parente povera dell’allegoresi ? scelta che risulterebbe in fondo facile perché troppo ammiccante nei confronti di coloro che guardano. Bensì tramite ripetizioni e variazioni, le quali costringono a operare uno spostamento dello sguardo da ciò che si mostra con l’immediatezza di una figura riconoscibile in direzione di ciò che nell’immagine rimane in ombra.

In realtà, anche la nostra esperienza quotidiana è pervasa da adombramenti. Il lato nascosto delle cose, che non vediamo perché percettivamente rivolti alla superficie che ci sta di fronte, viene percepito solo in modo presuntivo ? si dà, appunto, in forma di adombramento. Volendo, potremmo girare attorno alle cose, e vederne così il lato invisibile. Tuttavia, il lato delle cose che resta in ombra (e vi resta perché solitamente la conoscenza presuntiva che abbiamo di esse è sufficiente per permetterci di orientarci nel mondo) non emerge solo come un dato che riguarda unicamente la fenomenologia della percezione. È l’intera esperienza del mondo, nella sua totalità, ad avere un carattere schiasmatico. L’ombra (in greco schià) è il doppio, è ciò che, in molte tradizioni mitiche, accompagna nascostamente le cose. Non a caso l’opera d’arte, la cui presenza sacrale, a volte ieratica (una dimensione, questa, spesso vivamente riconoscibile nel lavoro di Ariel Soulé), avoca a sé la capacità di combattere la troppo facile dimestichezza con il mondo, la sensazione ? pur correttissima e inconfutabile ? che le cose, essendo riconducibili a ciò che di esse vediamo, esauriscano con il loro mostrarsi la natura del mondo.

“Fra i molti modi di combattere il nulla uno dei migliori è quello di scattare fotografie”, si legge in un famoso racconto di Cortazar, Le bave del diavolo (opera che ispirò il regista di Blow up, Antonioni, e che in parte sta anche alla base delle opere di Soulé qui esposte). Tuttavia, mentre la fotografia sembra avere il potere di anticipare il reale, e di mostrare quindi ciò che ancora non c’è, qui la forza dell’immagine pittorica uccide addirittura la pretesa che esso esaurisca l’orizzonte della nostra esperienza. E questo non per amore di una mistica dell’invisibile (in fondo nulla è più reale di quella sorta di sogno a occhi aperti costituito da un quadro, o da una sequenza di dipinti), ma a partire dalla convinzione che non potrà mai esserci rappresentazione senza il suo contrario, che non potrà mai esserci, dunque, una piena cattura del reale da parte degli umani che lo abitano. Scuola di sguardi, la pittura di Soulé insegna a cogliere lo scarto che separa il visibile da ciò che, dietro la rappresentazione (o comunque altrove rispetto ad essa), accompagna il mostrarsi del mondo. Questo scarto ? ovvero la differenza tra il visibile e l’invisibile ? fonda il costituirsi della rappresentazione, qualunque sia il medium in cui essa si manifesta (opera pittorica, fotografia, immagine mnestica, percezione sensibile). E non occorre scomodare un qualche demone preveggente per sapere quanto sarebbe più povero il nostro modo di abitare il mondo se pensassimo di poter fare a meno di tale scarto, di tale differenza.


 
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